Venezia #Fasezero Cap. VI “Il volto e la faccia della Verità”

9 Giugno 2020

La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L’opportunità chiede: è conveniente?
La vana gloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione
che non è né sicura, né conveniente, né popolare;
ma bisogna prenderla, perché è giusta.

Martin Luther King

 

Quando si cerca il consenso altrui, quando il momento dell’assunzione di un ruolo pubblico nei confronti della società dipende dagli altri, si compie una scelta: si decide quanto e cosa mostrare di sé, quanto e cosa nascondere agli altri.

Lo si fa anche nella vita di tutti i giorni: al primo appuntamento galante non vai certo in ciabatte e con la barba lunga, figuriamoci quando la prima impressione è quella che spinge centinaia di persone a scegliere proprio te tra una pletora di personaggi, tutti in possesso della pietra filosofale.
Quindi,
quando ci si presenta al consenso, si mostra prima la faccia della convenienza, per poi mostrare, una volta assunto il ruolo, il volto di ciò che si è nascosto. Forse. 
Volto che non è necessariamente brutto, intendiamoci, solo che è affaticato, difficoltoso, pesante. Scomodo.

Il mio non essere politico di professione ha fatto sì che io abbia potuto e voluto mostrare contemporaneamente i vari volti del fare, del vivere, dell’esistere a Venezia a chi mi ha voluto leggere fino ad oggi.

Senza timore di offendere o scontentare una parte di potenziale elettorato ho mostrato tutte le carte, anche quelle non convenienti, anche quelle non popolari.
Ho mostrato quelle semplicemente giuste. Poichè non ho alcuna convenienza dal trattenermi. Nè dal non trattenermi.
Semplicemente ho scritto cose vere. Quelle cose che forse chi si assume un ruolo pubblico e sottopone le sue scelte ad un consenso popolare non può dire fino in fondo.

Ecco a cosa servono i bambini e gli artisti: gli unici che possono permettersi di dire che il re è nudo. Anche se lo vedono tutti. 


Prima di iniziare il pranzo, ho fatto presente agli invitati lo sforzo compiuto e da compiere per fare la spesa, per preparare la tavola, il cibo e il lavaggio dei piatti. Perché qualcuno le deve fare quelle cose, per poter mangiare anche domani.
Quando si cerca il consenso, la scelta da fare, invece, è quella se parlare alla gente di intonaco o di mattoni, di terrazza in marmo di Carrara o di impianto fognario.
Le scelta da fare è tra l’adesso e il dopo.
E si finisce sempre col saziare la pancia degli affamati con cibo spazzatura. Così smettono di lamentarsi.
Bisogna essere furbi: dire che l’intonaco regge la casa per magia, che i bisogni li porta via la fata del dentino, altrimenti non votano per te. Altrimenti non piaci.
Altrimenti non hai il “brand”.

Avere il “brand” è mostrare adesso il sole che non c’è, mentre sta ancora piovendo. Acqua, se siamo fortunati.
Avere il “brand” è parlare di un futuro radioso per non pensare al presente, per non far ragionare sul passato prossimo che ha portato a questa situazione.
Per distogliere l’attenzione dalle responsabilità.


La comunicazione e la pubblicità servono proprio a questo. E di questi tempi si pagano profumatamente i guru, gli spin doctor, i consulenti di immagine per farsi aiutare a costruire il “brand” di se stessi.

E i guru, gli spin doctor, i consulenti dicono al politico di turno di non toccare certi temi scomodi.
Perché fanno perdere voti. Anche se sono giusti. 

Avere il “brand” significa aprire l’ennesimo parco a tema, ideare l’ennesimo “grande evento”, istituire l’ennesimo “laboratorio di idee”, mettendo la propria fantasia al lavoro unicamente per creare il titolo criptico dell’ennesima kermesse fatta di manifesti affissi in ogni dove che non manifestano che loro stessi.  
E mentre i guru ingrassano e i politici si chiedono a chi poter chiedere un’opinione di equilibrio su quel tema delicato perché non scontenti nessuno, Venezia resta ferma.

Venezia non ha un piano regolatore, non ha un dopo.

Venezia è diventata un fucile a pallettoni grossi che spara sui branchi di animali da soldi che la attraversano a milioni.
Venezia è diventata un rapace senza nido che mangia in maniera bulimica, lasciando a terra le carcasse a marcire.
Poi ha i truccatori di professione, intendiamoci, quelli che preparano l’esca per attirare i ricambi dei branchi degli animali da soldi.
I Conquistadores che cercano di fare arrivare l’Eldorado dei fondi europei qui.
Progetti che durano il tempo di un finanziamento a chi li propone. Futuro che dura il tempo di una carica.

Qualche tempo fa ho attraversato una sera un campo veneziano vuoto, il lunedì Grasso, durante uno dei due Carnevali più famosi del mondo. E il giorno dopo tutti i media a dire che la città era piena in ogni angolo. Il famoso Carnevale a tema… 

C’è una signora misteriosa, sdraiata e annoiata tra le acque di una grande vasca, che ogni anno, prima della Quaresima, organizza un grande party a casa sua. “Venite a casa mia! Ci divertiremo un mondo! Mangeremo, balleremo, rideremo. Faccio tutto io! Trovo il tema della festa ed organizzo tutto. Saremo tutti là! Pronti ed agghindati come si deve, a far bisboccia per una settimana.” E tutti, felici, provengono da ogni dove per dirigersi verso la casa di questa gran dama, truccati, impomatati e pronti a sentirsi parte di un evento grandioso, onorati di ricevere luce da tanta fonte. Ma ogni volta la vecchia signora, prima che la folla arrivi, lascia aperta la porta della sua casa ammuffita e se ne va. Nessuno l’ha mai vista, ‘sta signora, e, di conseguenza, nessuno si accorge che non c’è mai stata. La festa sembra avere luogo solo perché gli invitati non si accorgono che chi li accoglie sono altri invitati. Ed ognuno è convinto  che tra le maschere ci siano quanto meno i parenti della signora, se non la dama medesima, travestita e mascherata come tutti. E così si portano le maschere, il cibo, i soldi e alla fine dei bagordi lasciano ogni cosa nella casa della signora. La festa se la sono fatta loro, da soli, ma alla fine si prodigano a ringraziare la magnifica signora che, serenissima ed annoiata, affiorante dall’acqua della sua grande vasca, ammassa ciò che le è stato lasciato accingendosi ad organizzare anche la festa dell’anno prossimo.

Forse bisognerebbe infiltrarsi alla festa e per gioco togliere qualche maschera agli invitati.
Forse dovrebbe farlo qualche giornalista, sempre che ne siano rimasti in piedi, sempre che non siano troppo impegnati a darsi del tu con l’autorità istituzionale del caso…
Sempre che non siano anche loro accidentalmente invitati alla stessa festa…

Chissà, potrebbero scoprire che la signora è morta.
E a quel punto chi verrebbe più alle sue feste?

Metti una rana in una pentola con l’acqua fredda. Accendi il fuoco. All’inizio la rana sente un piacevole tepore, poi via via l’acqua si scalda sempre di più, la rana si è nel frattempo indebolita e quando l’acqua bolle, la rana muore quasi senza rendersene conto. Se l’avessero messa dentro l’acqua già calda avrebbe fatto un balzo fuori.

Qualcuno sta convincendo le rane che hanno bisogno dell’acqua calda per sopravvivere.
Qualcuno deve pur dire che va spento il fuoco.

    4 Comments

  • Anna Pavan 10 Giugno 2020

    Parole sagge e paragoni azzeccati. Bravo

  • Cristina 10 Giugno 2020

    Il declino di Venezia è cominciato già molto tempo fa, ma non è solo la nostra città a soffrire, è semplicemente che in questo scrigno dell’umanità (questo siamo stati per millenni) tutto appare più amplificato e perciò meno comprensibile ed accettabile. Non ho ricette né rimedi per questa cosa che vedo più grande di me, aspetto una rivolta delle coscienze. Con speranza e fiducia.

  • Mariano 10 Giugno 2020

    Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.
    Probabilmente, per un sobbalzo, siamo ricaduti a terra…

  • Alessandra 10 Giugno 2020

    Sono d’accordo, eticamente parlando, pensando al futuro, alle prossime generazioni, alla città che deve rinascere e ritornare ad essere VIVA, dopo essere stata per troppo tempo solo “polpa”. Sarebbe tutto molto bello, se non fosse per un esercito di persone (di cui faccio parte) messe in “stand-by”, dopo aver basato studi, formazione ed esperienza lavorativa su quella che è (…o era?) l’unica fonte di sostentamento della città e una delle principali fonti del Paese… e questo esercito (di terracotta), che non è stato ucciso ma è rimasto lì, sconfitto e senza comandante, cosa deve fare? Aspettare che le cose tornino alla normalità (cioè come prima…anche se prima la normalità era anormale) o reinventarsi provando altre strade?

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